
«Il comportamento del governo e della magistratura italiani è molto naive e sciocco, oltre al fatto che sta mettendo in pericolo la cooperazione con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo». Non potrebbe essere più severo il giudizio di Vincent Cannistraro, ex capo dell’antiterrorismo della Cia, sulla richiesta di rinvio a giudizio di 25 agenti della Cia per il rapimento dell’imam egiziano Abu Omar avvenuto a Milano nel febbraio 2003.Perché parla di comportamento «naive» e «sciocco»?«Perché è chiaro a tutti che gli agenti americani di cui è stato chiesto il rinvio a giudizio erano in Italia convinti di non violare la legge, di operare in pieno accordo con il governo locale nell’ambito di un’operazione di intelligence condotta fra alleati come spesso avviene. Per accorgersene basta leggere la stessa richiesta di rinvio a giudizio emessa dal procuratore di Milano perché riguarda anche l’allora capo del Sismi, Nicolò Pollari, e questo conferma che una parte del governo italiano era a conoscenza dell’operazione e vi partecipò. Se le conclusioni del procuratore sono corrette il Sismi ed il ministero dell’Interno erano al corrente dell’operazione. Se un’altra parte del governo italiano non ne era a conoscenza gli agenti americani non ne hanno alcuna colpa. E’ ben chiaro che non partirono dagli Stati Uniti con l’intento di violare le leggi nazionali italiane nè tantomeno di operare nell’illegalità sul territorio di un Paese alleato».Sta dicendo che il sostituto procuratore di Milano Armando Spataro si è contraddetto nella richiesta di rinvio a giudizio?«La contraddizione mi pare evidente. Se la tesi è che gli agenti della Cia hanno operato senza che l’Italia lo sapesse ed in violazione delle leggi italiane come è possibile che il rinvio a giudizio riguardi anche Nicolò Pollari, più alto responsabile del Sismi all’epoca dei fatti? E’ l’atto stesso di rinvio a giudizio che conferma come si sia trattato di un corto circuito all’interno del governo italiano, del quale gli agenti americani coinvolti ne stanno facendo le spese grazie ad un comportamento della magistratura che appare, ripeto, molto sciocco».Come reagirà il governo Usa, è possibile una consegna degli agenti ricercati in Italia?«Non avverrà praticamente nulla perché il Dipartimento di Giustizia non accoglierà le richieste della magistratura italiana. Riguardo ai diretti interessati alcuni degli agenti coinvolti sono oramai andati in pensione mentre gli altri continueranno a fare il loro lavoro per il governo sebbene con la limitazione di non poter più andare in Europa a causa dei provvedimenti che sono stati adottati dalla giustizia italiana».Ritiene che potranno esservi ripercussioni nei rapporti fra i due Paesi alleati?«Le richieste di rinvio a giudizio mettono a mio avviso seriamente a rischio l’importante collaborazione fra Italia e Stati Uniti nell’ambito della lotta al terrorismo internazionale. Si tratta di un’alleanza consolidata nel tempo, che dopo l’11 settembre 2001 ha colto risultati significativi ma che adesso viene messa in dubbio da quanto sta avvenendo».Perché?«Qualsiasi agente della Cia d’ora in poi avrà difficoltà a fidarsi delle assicurazioni ricevute dalla controparte italiana, resterà sempre il dubbio che esistono più Italie, più anime del governo e della magistratura, peraltro potenzialmente in disaccordo. Sarebbe un grave errore sottovalutare l’impatto di lungo termine che la vicenda è destinata ad avere sul fronte delle attività per la tutela della sicurezza».Ma suo avviso il rapimento di Abu Omar come andò?«E’ possibile che si sia trattato di una tradizionale operazione congiunta, con la parte italiana che si impegnò a facilitare l’intervento degli agenti americani in maniera analoga a quanto avvenuto in altre nazioni alleate. Cosa che in realtà è avvenuta all’epoca dei fatti mentre a posteriori si è verificato un corto circuito fra le autorità italiane, le cui conseguenze hanno investito gli agenti della Cia».


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