Thursday, November 30, 2006

A new hope for America?


Barack Obama has dedicated his life to public service as a community organizer, civil rights attorney, and leader in the Illinois state Senate. Obama now continues his fight for working families following his recent election to the United States Senate.
Sworn into office January 4, 2005, Senator Obama is focused on promoting economic growth and bringing good paying jobs to Illinois. Obama serves on the important Environment and Public Works Committee, which oversees legislation and funding for the environment and public works projects throughout the country, including the national transportation bill. He also serves on the Veterans ’ Affairs Committee where he is focused on investigating the disability pay discrepancies that have left thousands of Illinois veterans without the benefits they earned. Senator Obama also serves on the Foreign Relations Committee.
During his seven years in the Illinois state Senate, Obama worked with both Democrats and Republicans to help working families get ahead by creating programs like the state Earned Income Tax Credit, which in three years provided over $100 million in tax cuts to families across the state. Obama also pushed through an expansion of early childhood education, and after a number of inmates on death row were found innocent, Senator Obama enlisted the support of law enforcement officials to draft legislation requiring the videotaping of interrogations and confessions in all capital cases.
Obama is especially proud of being a husband and father of two daughters, Malia, 8 and Sasha, 4. Obama and his wife, Michelle, married in 1992 and live on Chicago ’s South Side where they attend Trinity United Church of Christ.
Barack Obama was born on August 4th, 1961, in Hawaii to Barack Obama, Sr. and Ann Dunham. Obama graduated from Columbia University in 1983, and moved to Chicago in 1985 to work for a church-based group seeking to improve living conditions in poor neighborhoods plagued with crime and high unemployment. In 1991, Obama graduated from Harvard Law School where he was the first African American president of the Harvard Law Review.

Wednesday, November 29, 2006

Che Figura


Andrea Marcenaro per “Il Foglio”Era con tutta evidenza una minchiata, un filmino che parlava di brogli tecnologici alle elezioni. Con tanto di esperto della Florida. Quello nostro è un magnifico paese dove ancora si digeriscono trasmissioni televisive sugli americani che si sono buttati giù da soli il World Trade Center. Si poteva digerire anche questa, bastava dire a Deaglio: ma va là, e piantarla lì. Quando mai. Sono scesi in campo i rappresentanti dell’Opinione Pubblica. Il Corriere della Sera ci ha fatto due paginate al giorno, Repubblica dalle tre alle quattro, l’Unità lo stesso, la Stampa, le televisioni, l’Annunziata, il fantasma di Sircana, hanno montato un casino, accreditato “l’inquietante ipotesi”, lasciato intendere, accarezzato il gatto per il verso del pelo, che vedi mai, e la procura della Repubblica di Roma ha aperto subito il suo bel fascicolo. Dovendolo chiudere, adesso processerà Deaglio perché ha diffuso notizie false atte a turbare l’ordine pubblico. Lui. Tutti gli altri, no. I rappresentanti dell’Opinione Pubblica se ne escono con la coscienza come? Bella pulita. So anch’io, non la usano mai.

Tuesday, November 28, 2006

L'america ci chiede aiuto , noi rispondiamo nisba



AUGUSTO MINZOLINI(la stampa)
RIGA-Due linguaggi diversi e un'impossibilità strutturale di trovare un accordo, magari nascosta da un pizzico di furbizia levantina secondo lo stile di Massimo D'Alema. La Nato e gli alleati, a cominciare da George Bush e da Tony Blair, ci hanno chiesto al vertice Nato di Riga un maggiore impegno in Afghanistan. E ieri prima D'Alema e poi Romano Prodi, che si sono contesi ancora una volta la scena internazionale, hanno risposto in coro che siamo uno dei paesi più impegnati nell'alleanza per risorse e per uomini. In Afghanistan fatti i calcoli abbiamo 2000 uomini di cui 1000 a Kabul. «L'opinione pubblica del nostro paese non capirebbe - è la tesi del ministro degli Esteri - un nostro ulteriore impegno militare».In realtà il problema è un altro e Prodi e D'Alema sono i primi a saperlo. La Nato nella persona del suo segretario generale, Jaap de Hoop Scheffer, ci ha chiesto soprattutto la possibilità di utilizzare le nostre truppe anche in combattimento e nelle aree di maggior rischio della regione. Insomma, la modifica del «caveat» che limita l'impiego dei nostri soldati. E su questa richiesta il nostro governo non ci sente o fa finta di non capire. «Non siamo sul banco degli imputati - ha spiegato Prodi - i termini del nostro impegno sono stati chiari fin dall’inizio della missione». «Abbiamo detto - ha chiarito il responsabile della Farnesina - che se ci sono esigenze diverse devono, di volta in volta, chiedere la nostra autorizzazione. Questo è il nostro caveat». In altre parole per andare a combattere in tutte le aree del paese i nostri soldati hanno bisogno dell'autorizzazione del governo che può arrivare anche in 72 ore. Sono dei tempi biblici in uno scenario di guerra caratterizzato dagli imprevisti e dalla rapidità delle decisioni visto che il nemico usa le armi del terrorismo e della guerriglia. Per cui il nostro contingente, nei fatti, è inutilizzabile, specie in una fase drammatica come l'attuale ed è confinato nell'area meno cruenta del paese, mentre inglesi, americani, olandesi e canadesi, sono alle prese con una vera e propria guerra nel sud dell'Afghanistan.Una situazione insostenibile, come ha ricordato ieri lo stesso Hoop Scheffer in un colloquio avuto con Prodi subito dopo l'arrivo del premier italiano a Roma. «I caveat - ha spiegato - minano la nostra efficienza operativa: non possiamo permetterci eserciti impegnati per la ricostruzione ma che non possono affrontare il combattimento». Ma le argomentazioni della Nato, di Usa e Inghilterra sono state del tutto inutili. Il nostro governo non può permettere che il nostro contingente abbia un ruolo diverso nel teatro afghano. E tra le tante argomentazioni che sono state addotte con i nostri alleati la preferita riguarda l'impegno economico della missione. «Abbiamo pochi soldi per mantenerla lì - ha spiegato ai suoi interlocutori il ministro della Difesa, Arturo Parisi, che ha accompagnato Prodi a Riga - figurarsi se ce li abbiamo per sparare».Per cui Hoop Scheffer, e non solo lui, c'è rimasto male. Il suo ottimismo della vigilia («l'Italia accetterà di sottoscrivere la mia linea») è andato deluso. Prodi si è allineato anche se senza entusiasmo alla posizione del cancelliere Angela Merkel, che ha lì un contingente con un «caveat» molto ristrettivo: come i soldati tedeschi il contingente italiano entrerà in azione anche in altre aree dell’Afghanistan oltre a quelle presidiate solo in casi di emergenza, o per usare il termine tecnico, «in extremis». «Del resto - ha sottolineato Prodi - oltre alla Germania e a noi su queste posizioni ci sono anche la Francia e la Spagna».La natura del problema è squisitamente politica, di politica interna: i nostri soldati, infatti, hanno dei grossi vincoli e non possono partecipare ad operazioni militari offensive pianificate perchè altrimenti la maggioranza che sostiene il governo salterebbe. In poche parole Fausto Bertinotti, Oliviero Diliberto e Alfonso Pecoraro Scanio - cioè la sinistra estrema - entrerebbero in fibrillazione. Si torna, insomma, al problema di sempre: su tutta la politica estera italiana è sospesa la spada di Damocle della sinistra massimalista. E da sei mesi, cioè da quando l'Unione è andata al governo, la situazione non cambia: a giugno Donald Rumsfeld chiese ad Arturo Parisi di cambiare il «caveat» e quest'ultimo rispose di no; Rumsfeld si è dimesso, la Nato sta continuando a premere sul nostro paese ma la posizione dell'Italia non è mutata.Insomma, alle esigenze militari dell'Alleanza il nostro governo, paralizzato dalle contraddizioni interne alla sua maggioranza, risponde, appunto, con un altro linguaggio. Ieri Romano Prodi, unico nel mondo, ha ripreso l'ipotesi di una Conferenza sull'Afghanistan aperta anche ai paesi confinanti lanciata da D'Alema. Poi però lui e lo stesso ministro degli Esteri si sono accodati a quella più realistica del presidente francese Jacques Chirac: un gruppo di contatto allargato agli investitori internazionali per accelerare il processo di ricostruzione del paese. «Noi restiamo in Afghanistan - ha spiegato Prodi rilanciando l'idea della Conferenza - ma l'impegno militare per noi non è la sola risposta possibile. Noi pensiamo ad un impegno politico forte e di alto profilo che intervenga anche su problemi come il controllo dei confini, la lotta al narcotraffico, lo sviluppo infrastrutturale su base regionale». Insomma, su quello che l'Italia può fare. «Non possiamo lasciare l'Afghanistan in mano ai talebani» è stata la frase ad effetto con cui D'Alema si è presentato a Riga. Solo che per raggiungere questo obiettivo la questione militare continua ad essere prioritaria : ieri due soldati Nato sono morti in un attentato a Kabul.

Silvio Permettendo

(clicca sopra per vedere meglio).

Monday, November 27, 2006

Il nuovo libro di Christian Rocca



"«Cos'altro dovrebbe fare la sinistra, se non lottare contro le dittature e battersi per liberare i popoli oppressi?»"



Qual è una politica estera di sinistra? Un interrogativo antico ma ancora privo di risposta. Dinanzi alle decine di regimi dittatoriali del pianeta, i progressisti possono accontentarsi di difendere lo status quo e la stabilità? Non è, invece, piú coerente con la missione di una sinistra delle libertà promuovere la democrazia in tutte le sue forme e, dunque, lottare contro le tirannie? Da Carlo Rosselli ad Amartya Sen, da Arthur Koestler a John F. Kennedy, da Bill Clinton a Tony Blair, nel corso del Novecento la sinistra ha fatto dell'espansione della democrazia la sua migliore bandiera. In un mondo non meno tormentato, quella bandiera non deve essere abbandonata, a costo di sfidare le convenzioni del pacifismo e dell'antiamericanismo. Un libro non conformista che interroga la coscienza civile della sinistra italiana.La prima tesi di questo libro è che cambiare i regimi dittatoriali sia cosa buona e giusta. La seconda tesi è che promuovere la democrazia sia un'idea di sinistra. La terza è che la sinistra liberale abbia il dovere di opporsi alle due varianti conosciute di fascismo islamico: quella teocratica e quella nazionalista. Il libro di Rocca è un'inchiesta su quanto sia conveniente promuovere la democrazia, sulle radici di quest'idea nella sinistra antitotalitaria italiana e americana e, infine, sui metodi nonviolenti per cambiare i regimi negli ultimi Stati ancora non liberi.

Wednesday, November 22, 2006

Piove , governo .........


Il personaggio del momento

(immagine wikimedia commons)
Cohen crea il suo personaggio con una stravagante storia personale. Borat è un reporter nato nel 1972 a Kuçzek in Kazakistan. E’ figlio dello stupro di Boltok (il nonno materno) su Asimbala Sagdiyev. E’ ufficialmente il marito di Oksana Sagdiyev, che era la sorella di Mariam Tulyakbay e Boltok. La sua relazione con sua madre ha l’aria di essere abbastanza sgradevole e Borat ha commentato che “lei sperava di essere stuprata da un altro uomo”.
Il protagonista ha una sorella che si chiama Natalya, nota per essere la quarta miglior prostituta kazaka, col quale lui spesso intrattiene rapporti sessuali. Ha poi un fratello più piccolo, Bilo con problemi psichici, che viene tenuto dietro ad una grande porta di ferro o altre volte dentro una gabbia. In un’intervista, Borat ha detto “Mio fratello Bilo ha una testa piccola, ma delle braccia molto forti. Lui ha 204 denti (193 in bocca e 11 nel naso)! Tu gli puoi fare tutto quello che vuoi, tanto lui non ricorda nulla! Va pazzo per il sesso… per tutto il giorno nella sua gabbia guarda immagini pornografiche e fa rub rub rub!!"
Borat frequenta l’Università dell’Astana, dove studia inglese, giornalismo e altre tormentate materie. Si è sposato numerose volte, persino con una sorellastra. La sua prima moglie fu Oksana Sagdiyev, un’altra sorellastra! Purtroppo venne colpita e poi uccisa dal vicino di casa, Nursultan Tulyakbay, che la scambiò per in orso mentre lei accompagnava suo cognato Bilo in una passeggiata per la foresta. Borat non rimase affatto dispiaciuto e spesso si è vantato di essersi comprato una nuova moglie riconosciuta per non essere affatto noiosa. Lui ha intrattenuto relazioni extraconiugali con una ragazza, un’amante e almeno una prostituta. Ha tre bambini, Bilak e Biram di 12 anni (la cui madre è la sorella, Natalya), e Hooeylewis che ha 11 anni ed è il suo figlio prediletto; inoltre ha diciassette nipotini. Lui ama profondamente il suo maialino domestico, Igor. Tuttavia, se ce ne fosse bisogno per la famiglia, potrebbe mangiarselo intero inclusi gli occhi.
Ha fatto molti lavori che vanno dal produrre il ghiaccio all’estrarre lo sperma dagli animali (ogni relazione tra questi due lavori è infondata). Dichiara inoltre di aver lavorato in passato come “acchiappa Rom”, vantandosi di poter “colpire uno zingaro con un sasso da cinquanta metri se incatenato e dieci se non”. Dice poi di poter trascinare una donna contro la sua volontà e fece ciò anche con una sua promessa sposa che fu trasportata per 1600 metri (un miglio).
Gli hobbies di Borat sono il ping pong, ballare in discoteca, prendere il sole, sparare ai cani e fare fotografie alle donne nelle toilette. In aggiunta poi, essendo un sessista e omofono, è razzista contro ebrei, uzbeki, e zingari. Borat ha detto che ha subito a “bruttissimo attentato” nel quale venne rapita sua moglie e “si misero a toccare il cavallo in modo strano tanto che divenne depresso”. Borat dice di avere l’ano più stretto del villaggio, così stretto da aprire una bottiglie di Pepsi. Purtroppo ha avuto poi strani disagi, tra cui blenorragia, sifilide ed herpes.
Nel Da Ali G Show, Cohen (interpretando Borat) viaggia in Inghilterra e negli Stati Uniti, per parlare delle differenze culturali. La trama del film inizia con l’invio di Borat negli Usa per un documentario sulla cultura americana. Il protagonista ha detto del film che “se non ha successo, io verrò ucciso”.

Tuesday, November 21, 2006

Who is james baker


James A. Baker, III, has served in senior government positions under three United States Presidents. He served as the nation's 61st secretary of state from January 1989 through August 1992 under President George Bush. During his tenure at the State Department, Mr. Baker traveled to 90 foreign countries as the United States confronted the unprecedented challenges and opportunities of the post–Cold War era. In 1995, Baker published The Politics of Diplomacy, his reflections on those years of revolution, war, and peace.Baker served as the 67th secretary of the treasury from 1985 to 1988 under President Ronald Reagan. As treasury secretary, he was also chairman of the President's Economic Policy Council. From 1981 to 1985, he served as White House chief of staff to President Reagan. Baker's record of public service began in 1975 as under secretary of commerce to President Gerald Ford. It concluded with his service as White House chief of staff and senior counselor to President Bush from August 1992 to January 1993.Long active in American presidential politics, Baker led presidential campaigns for Presidents Ford, Reagan, and Bush over the course of five consecutive presidential elections from 1976 to 1992.A native Houstonian, Baker graduated from Princeton University in 1952. After two years of active duty as a lieutenant in the United States Marine Corps, he entered the University of Texas School of Law at Austin. He received his JD with honors in 1957, and practiced law with the Houston firm of Andrews and Kurth from 1957 to 1975.Baker received the Presidential Medal of Freedom in 1991 and has been the recipient of many other awards for distinguished public service, including Princeton University's Woodrow Wilson Award, the American Institute for Public Service's Jefferson Award, Harvard University's John F. Kennedy School of Government Award, The Hans J. Morgenthau Award, The George F. Kennan Award, the Department of the Treasury's Alexander Hamilton Award, the Department of State's Distinguished Service Award, and numerous honorary academic degrees.Baker is presently a senior partner in the law firm of Baker Botts. He is honorary chairman of the James A. Baker III Institute for Public Policy at Rice University and serves on the board of the Howard Hughes Medical Institute. From 1997 to 2004, Baker served as the personal envoy of United Nations Secretary-General Kofi Annan to seek a political solution to the conflict over Western Sahara. In 2003, Baker was appointed special presidential envoy for President George W. Bush on the issue of Iraqi debt.Baker was born in Houston, Texas, in 1930. He and his wife, the former Susan Garrett, currently reside in Houston, and have eight children and seventeen grandchildren.

Nuove strategie per l'iraq

da IL FOGLIO del 14 novembre 2006:
"New York. C’è grande movimento e confusione intorno alla politica irachena degli Stati Uniti, dopo la sconfitta elettorale dei repubblicani alle elezioni di metà mandato. Ieri George W. Bush ha incontrato James Baker, l’ex segretario di stato di Bush senior che guida l’Iraq Study Group, la commissione indipendente composta da dieci esperti che da mesi studia la situazione in Iraq attraverso colloqui con analisti, politici e militari per suggerire, a dicembre, un piano di correzione di rotta. Il rapporto ancora non c’è, ma le indiscrezioni parlano di un piano di rientro delle truppe nel medio periodo, di un rilancio degli sforzi per risolvere la questione arabo-israeliana e di una conferenza regionale, sul modello di quella di Dayton per la Bosnia, con l’Iran e la Siria, due dei paesi con cui gli Stati Uniti non intrattengono ufficialmente rapporti diplomatici. Baker ha scambiato opinioni con Bush e, successivamente, con Dick Cheney, Condi Rice e altri funzionari dell’Amministrazione. Nei prossimi giorni il suo gruppo incontrerà anche gli esperti di politica estera dell’era Clinton, da Madeleine Albright, a Richard Holbrooke, a Sandy Berger, mentre ha già ascoltato i pareri dei neoconservatori Bill Kristol e Reuel Marc Gerecht, i quali chiedono da tempo l’invio in Iraq di un numero maggiore di truppe. Una posizione sposata anche dall’editoriale del New York Times di domenica, per provare l’ultimo tentativo di conquistare Baghdad.Bush ha ribadito la disponibilità ad ascoltare le proposte del gruppo, anche se le scelte dell’Amministrazione saranno vincolate alle richieste dei generali americani sul campo e al ripensamento della strategia militare a cui sta lavorando il generale Peter Pace al Pentagono. Ieri il generale John Abizaid ha incontrato in Iraq il premier Al Maliki, il quale ha appena annunciato un rimpasto di governo. Il generale ha ribadito agli iracheni che gli Stati Uniti continueranno a sostenere il processo politico democratico, oltre che ad addestrare il nuovo esercito.Oggi Baker parlerà con Tony Blair, mentre nei giorni scorsi ha incontrato a New York l’ambasciatore iraniano all’Onu. Ieri sera Blair ha detto che il mondo dovrà dire chiaramente a Iran e Siria che cosa fare per aiutare a risolvere la situazione in Iraq, così come anche le conseguenze che corrono, se ne ostacolano la soluzione. Nei circoli politici e giornalistici di Washington, il tentativo di Baker viene presentato come l’ultima possibilità per evitare il disastro in Iraq, ma domenica il Washington Post ha avanzato il dubbio che le proposte dell’Iraq Study Group possano essere molto diverse dalle operazioni tattiche già adottate negli scorsi mesi dall’Amministrazione Bush, al punto che c’è già qualcuno che sospetta una raffinata operazione del clan Bush per dare una “copertura bipartisan” alla politica del presidente. Michael Rubin, sul Wall Street Journal di ieri, ha notato che l’idea di aprire un negoziato con iraniani e siriani va alla ricerca di una stabilità di breve periodo a spese della sicurezza nel lungo, come dimostra quella famosa stretta di mano tra Saddam e Donald Rumsfeld del 1983 che ironicamente ora è diventata la politica della sinistra liberal, oltre che della destra realista. La pace a Washington, più che a BaghdadDavid Brooks ha scritto sul New York Times che il piano Baker potrebbe contribuire a portare la pace a Washington, più che a Baghdad. Il punto è che entrambi i partiti vorrebbero risolvere la questione irachena in tempi brevi: i repubblicani per non esserne inseguiti anche alle prossime elezioni, i democratici perché non vorrebbero trovarsi il caos iracheno tra i piedi qualora riuscissero a tornare alla Casa Bianca nel 2008. Le prime mosse dei leader democratici però non vanno in questa direzione. L’altro ieri hanno annunciato una risoluzione per l’avvio del ritiro delle truppe in sei mesi, malgrado non spetti a Capitol Hill la conduzione della politica estera e nonostante almeno un paio di risoluzioni Onu, la 1.483 e la 1.511, impongano il contrario. La prossima speaker della Camera, Nancy Pelosi, sosterrà la candidatura a leader di maggioranza di John Murtha, il più grande sostenitore del ritiro immediato delle truppe e della loro risistemazione dentro le basi dei paesi vicini, pronte eventualmente a intervenire se ce ne fosse bisogno. Non è detto che i democratici potranno contare sul voto decisivo di Joseph Lieberman, eletto come indipendente. Il senatore non ha escluso l’ipotesi di passare ai repubblicani, qualora la politica di sicurezza nazionale dei democratici prendesse una piega disfattista."

Monday, November 20, 2006

Novita' in arrivo


LONDRA. Quello che è gratis su Internet deve esserlo anche sui telefonini. Con questo slogan Hutchison Whampoa (H3G), l'operatore cinese che continua a investire miliardi nei telefonini Umts che in Italia si chiamano 3, punta al rilancio offrendo il canone fisso - come quello dell’Adsl su linea fissa - per i cellulari che offrono Internet a banda larga mobile.«Entro il primo trimestre 2007 il canone sarà meno di 1 euro al giorno o meno di 20 euro al mese, praticamente quasi tutto incluso» prevede Vincenzo Novari, amministratore delegato italiano di 3.Ma quando ripagherà il modello di business di H3G, che è in perdita fin da quando è stata lanciato il bando per le costose licenze Umts (costata solo per l'Italia 3,2 miliardi di euro), investimenti non ripagati dal fatturato in crescita?«Stiamo smentendo chi gufava alle nostre spalle» risponde sereno Novari. Che prevede un giro d'affari 2006 in Italia di quasi due miliardi di euro, con un parco terminali di 6,8 milioni di unità - oltre il doppio rispetto per esempio ai risultati in Gb. E parla di un Ebida che per la prima volta potrebbe essere «quasi» positivo.Il gran capo cinese di Hutchison Whampoa, Canning Fok, tanto ricco nel portafoglio quanto mite nell’aspetto, sorride serafico: «Abbiamo le spalle coperte, i contanti non ci mancano, non siamo partiti per il breve termine e questi annunci, a 5 anni di distanza da quando siamo partiti, ci stanno dando ragione». L'amministratore delegato globale di H3G era a Londra in occasione del lancio su scala globale oggi dei cellulari della nuova X-Series di 3 (i primi due terminali X-Series sono Nokia N73 e Sony Ericsson W950i Walkman): «E’ ciò che la gente stava aspettando» esulta. «Permetterà a tutti di accedere a qualsiasi cosa desiderino, in qualsiasi momento, nella misura in cui vogliono, in maniera gratuita durante l’utilizzo».Quello del canone tutto incluso - commentano gli analisti - promette di essere un modello di business vincente perchè anche il mercato di massa possa utilizzare i nuovi telefonini che offrono la convergenza di Web, chiamate, video, sms, foto, musica, giochi, instant messenger, compresi nel prezzo senza costi aggiuntivi poco trasparenti. Anche se ci sono ancora clausole da chiarire, come il «personal fair use» (uso lecito personale) per evitare che sui nuovi cellulari con Internet a prezzo fisso prenda piede la pirateria digitale, e dettagli importanti da mettere a punto, come gli accordi per il roaming.E’ un fatto che circa tre miliardi di persone nel mondo oggi utilizzano un terminale mobile. E a Londra al mega-evento H3G - che dal 2001 ha investito ben 25 miliardi di euro a livello globale, di cui ben 7 in Italia, senza batter ciglio - si sono presentati tutti i partner digitali che questa convergenza la dimostrano con i fatti, presentandosi all'appuntamento tutti insieme: Skype, Yahoo!, Msn (Microsoft), Google, Ebay, Nokia, Sony Ericsson, Orb (che permette di consultare il proprio hard disk sul pc dal telefonino) e Sling Media (la società americana che offre la tv sui cellulari). Grazie alla loro adesione, gli utenti potranno effettuare chiamate senza limiti dal proprio telefonino usando il Voip, guardare la televisione di casa via cellulare, accedere al proprio pc da remoto e avere accesso illimitato al meglio di Internet, alla ricerca sul Web, ai servizi di messaggistica e allo shopping online.La Serie X sarà disponibile nel Regno Unito dal 1 dicembre 2006 e in tutti gli altri mercati mondiali di 3 entro il primo trimestre 2007. Come per Internet su rete fissa, l’utilizzo di tutti i servizi sarà gratuito. Peraltro il costo di fornitura di Internet mobile a banda larga e del multimedia in mobilità potrebbe continuare a scendere, come già per la banda larga su linea fissa. Una cosa è certa: Skype sui cellulari non ce l'ha ancora nessuno degli altri leader di tlc. E con Skype, addio roaming: che si sa, in Italia è il più caro d'Europa.(da la stampa.it)

Friday, November 17, 2006

Buona notte

Come suol dirsi domani e' un'altro giorno.Intanto buona notte.