Tuesday, November 28, 2006

L'america ci chiede aiuto , noi rispondiamo nisba



AUGUSTO MINZOLINI(la stampa)
RIGA-Due linguaggi diversi e un'impossibilità strutturale di trovare un accordo, magari nascosta da un pizzico di furbizia levantina secondo lo stile di Massimo D'Alema. La Nato e gli alleati, a cominciare da George Bush e da Tony Blair, ci hanno chiesto al vertice Nato di Riga un maggiore impegno in Afghanistan. E ieri prima D'Alema e poi Romano Prodi, che si sono contesi ancora una volta la scena internazionale, hanno risposto in coro che siamo uno dei paesi più impegnati nell'alleanza per risorse e per uomini. In Afghanistan fatti i calcoli abbiamo 2000 uomini di cui 1000 a Kabul. «L'opinione pubblica del nostro paese non capirebbe - è la tesi del ministro degli Esteri - un nostro ulteriore impegno militare».In realtà il problema è un altro e Prodi e D'Alema sono i primi a saperlo. La Nato nella persona del suo segretario generale, Jaap de Hoop Scheffer, ci ha chiesto soprattutto la possibilità di utilizzare le nostre truppe anche in combattimento e nelle aree di maggior rischio della regione. Insomma, la modifica del «caveat» che limita l'impiego dei nostri soldati. E su questa richiesta il nostro governo non ci sente o fa finta di non capire. «Non siamo sul banco degli imputati - ha spiegato Prodi - i termini del nostro impegno sono stati chiari fin dall’inizio della missione». «Abbiamo detto - ha chiarito il responsabile della Farnesina - che se ci sono esigenze diverse devono, di volta in volta, chiedere la nostra autorizzazione. Questo è il nostro caveat». In altre parole per andare a combattere in tutte le aree del paese i nostri soldati hanno bisogno dell'autorizzazione del governo che può arrivare anche in 72 ore. Sono dei tempi biblici in uno scenario di guerra caratterizzato dagli imprevisti e dalla rapidità delle decisioni visto che il nemico usa le armi del terrorismo e della guerriglia. Per cui il nostro contingente, nei fatti, è inutilizzabile, specie in una fase drammatica come l'attuale ed è confinato nell'area meno cruenta del paese, mentre inglesi, americani, olandesi e canadesi, sono alle prese con una vera e propria guerra nel sud dell'Afghanistan.Una situazione insostenibile, come ha ricordato ieri lo stesso Hoop Scheffer in un colloquio avuto con Prodi subito dopo l'arrivo del premier italiano a Roma. «I caveat - ha spiegato - minano la nostra efficienza operativa: non possiamo permetterci eserciti impegnati per la ricostruzione ma che non possono affrontare il combattimento». Ma le argomentazioni della Nato, di Usa e Inghilterra sono state del tutto inutili. Il nostro governo non può permettere che il nostro contingente abbia un ruolo diverso nel teatro afghano. E tra le tante argomentazioni che sono state addotte con i nostri alleati la preferita riguarda l'impegno economico della missione. «Abbiamo pochi soldi per mantenerla lì - ha spiegato ai suoi interlocutori il ministro della Difesa, Arturo Parisi, che ha accompagnato Prodi a Riga - figurarsi se ce li abbiamo per sparare».Per cui Hoop Scheffer, e non solo lui, c'è rimasto male. Il suo ottimismo della vigilia («l'Italia accetterà di sottoscrivere la mia linea») è andato deluso. Prodi si è allineato anche se senza entusiasmo alla posizione del cancelliere Angela Merkel, che ha lì un contingente con un «caveat» molto ristrettivo: come i soldati tedeschi il contingente italiano entrerà in azione anche in altre aree dell’Afghanistan oltre a quelle presidiate solo in casi di emergenza, o per usare il termine tecnico, «in extremis». «Del resto - ha sottolineato Prodi - oltre alla Germania e a noi su queste posizioni ci sono anche la Francia e la Spagna».La natura del problema è squisitamente politica, di politica interna: i nostri soldati, infatti, hanno dei grossi vincoli e non possono partecipare ad operazioni militari offensive pianificate perchè altrimenti la maggioranza che sostiene il governo salterebbe. In poche parole Fausto Bertinotti, Oliviero Diliberto e Alfonso Pecoraro Scanio - cioè la sinistra estrema - entrerebbero in fibrillazione. Si torna, insomma, al problema di sempre: su tutta la politica estera italiana è sospesa la spada di Damocle della sinistra massimalista. E da sei mesi, cioè da quando l'Unione è andata al governo, la situazione non cambia: a giugno Donald Rumsfeld chiese ad Arturo Parisi di cambiare il «caveat» e quest'ultimo rispose di no; Rumsfeld si è dimesso, la Nato sta continuando a premere sul nostro paese ma la posizione dell'Italia non è mutata.Insomma, alle esigenze militari dell'Alleanza il nostro governo, paralizzato dalle contraddizioni interne alla sua maggioranza, risponde, appunto, con un altro linguaggio. Ieri Romano Prodi, unico nel mondo, ha ripreso l'ipotesi di una Conferenza sull'Afghanistan aperta anche ai paesi confinanti lanciata da D'Alema. Poi però lui e lo stesso ministro degli Esteri si sono accodati a quella più realistica del presidente francese Jacques Chirac: un gruppo di contatto allargato agli investitori internazionali per accelerare il processo di ricostruzione del paese. «Noi restiamo in Afghanistan - ha spiegato Prodi rilanciando l'idea della Conferenza - ma l'impegno militare per noi non è la sola risposta possibile. Noi pensiamo ad un impegno politico forte e di alto profilo che intervenga anche su problemi come il controllo dei confini, la lotta al narcotraffico, lo sviluppo infrastrutturale su base regionale». Insomma, su quello che l'Italia può fare. «Non possiamo lasciare l'Afghanistan in mano ai talebani» è stata la frase ad effetto con cui D'Alema si è presentato a Riga. Solo che per raggiungere questo obiettivo la questione militare continua ad essere prioritaria : ieri due soldati Nato sono morti in un attentato a Kabul.

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